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La serata di sabato 7 ottobre del Karel Music Expò si apre sotto i migliori auspici con un cartellone degno delle più attive capitali europee. Grandi personaggi che hanno fatto la Storia della musica, in Italia e nel mondo, affiancati come da consuetudine, a artisti emergenti con tanto da dire.

 

Tutto prende piede con le positive vibrations proposte da Marco Ferrante, il quale, dopo anni di studio del didjeridoo, antichissimo strumento aborigeno, ha offerto allo sparuto pubblico dei Giardini sotto le mura una dimostrazione delle sue potenzialità curative.

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Niccolò Francisci, photo by Stefania Desotgiu

Rinfrancati dalle vibrazioni si entra nel vivo delle esibizioni live con il set di Niccolò Francisci, cantautore romano a metà strada tra Rino Gaetano e Giovanni Truppi, con una forte vocazione per la teatralità. Si presenta sul palco con capellone a cilindro, chitarra acustica e petto nudo e, tra sonorità low-fi e cantautorato classico,  sfodera uno spettacolo decisamente piacevole e scanzonato, con tutta l’allegria e la malinconia dei migliori clown, dove riesce a far confluire con leggerezza musica, favole, racconto e teatro.

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Interiors e Serena Fortebraccio, photo by Stefania Desotgiu

Quando inizia ad affollarsi il parterre, prendono possesso del palco gli Interiors, un duo composto dalla violinista Erica Scherl e dal bassista e percussionista Valerio Corzani, che ha tenuto subito a dimostrare tutto il suo disappunto per non essere riuscito a portare con se il suo basso tinozza, un basso monocorda realizzato artigianalmente con un manico e, appunto una tinozza in plastica. Al duo si aggiunge la bravissima Serena Fortebraccio e insieme presentano un interessante progetto con sonorità due e trip hop, molto Bristol di metà anni 90, rinvigorito dalla grande voce soul della cantante pugliese. A confermare la versatilità del trio, un pizzico di kraut rock con una bella versione di Heart of glass dei Popol Vuh, dalla colonna sonora dell’omonimo film di Werner Herzog.

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Pola Rise, photo by Stefania Desotgiu

A chiudere i set ai Giardini sotto le mura è stata Pola Rise, primo ospite internazionale della giornata, accompagnata al basso dal producer Manoid e da Tobera alla chitarra. La formazione polacca propone un buon dream pop di ampio respiro. Musica elettronica ma con forti basi rock, dance e elettro clash che anima il pubblico, ammaliato anche dalle movenze e dalla voce suadente di Pola. Un live costruito intorno alla cantante, ben strutturato ma forse non altrettanto incisivo.

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Blixa Bargeld, photo by Stefania Desotgiu

Chiusa la parentesi introduttiva ai Giardini, il pubblico esodo verso il Teatro Civico, dove ad attenderli sul palco ci sono i Kiku, interessantissimo progetto svizzero del trombettista Yannick Barman e del percussionista Cyril Regamey, affiancati da David Doyon alla chitarra e da Maxime Gianinetti alla parte visuale. I tre esordiscono con brani fortemente jazzati, ben caratterizzati dalla bella presenza scenica del chitarrista e dalle sonorità post-rock che propone. Alla voce irrompe il rapper newyorkese, ma berlinese di adozione, Black Cracker, che da una violenta sferzata hip hop ai pezzi. Sul palco si sente un po’ di tutto: la batteria acustica si alterna a quella elettronica, intermezzi soul si frappongono a passaggi decisamente hard, il tutto a confezionare un crossover pieno e originale. Dopo una manciata di pezzi fa il suo ingresso trionfale l’attesissimo Blixa Bargeld, chitarrista e compositore dei pionieri dell’industrial Einstürzende Neubauten, nonché dei Bad Seeds di Nick Cave. La comparsa sul palco dell’istituzione teutonica crea un po’ di scompiglio tra i musicisti e tecnici di palco. E anche il computer, posizionato sul palco grazie al quale Blixa avrebbe dovuto leggere i testi delle canzoni, non la prende bene e fa le bizze. Mentre i tecnici si beccano i rimproveri del tedesco, la band tiene duro e improvvisa per i dieci minuti di siparietto. Blixa fa di necessità virtù e decide di accomodarsi su un fianco di fronte al computer, riuscendo comunque a prendersi tutta la scena senza fare il minimo sforzo. La partenza stenta ma poi tutto magicamente funziona e acquisisce senso. Apici di violenza musicale si intervallano a momenti di pura poesia romantica. La durezza della lingua tedesca si contrappone alle sferzate jazzy. Blixa si alza, torna a sedersi, si lascia andare a balletti e strilli improvvisi. Uno grande show e un live che non teme niente. Se ne accorge il pubblico che non stacca gli occhi dal palco e se ne accorgono i musicisti che si guardano, si trovano e si divertono pure. Il tedesco dopo mezz’ora esce dal palco in punta di piedi come è entrato, con il suo bicchiere di vino e la sua personale eleganza. La band prosegue ancora per qualche passaggio e il live si chiude.

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mumucs, photo by Stefania Desotgiu

Dopo un’esibizione del genere salire sul palco non è facile per nessuno. Non lo dev’essere stato nemmeno per la cantante oristanese Marta Loddo, con il suo progetto solista mumucs. Si presenta, un po’ impacciata, con un leggio stipato di pedali ed effetti e solamente la sua voce come strumento. Esegue solamente tre pezzi campionando le parti cantate in scat con le quali struttura le canzoni. Dimostra ottime doti vocali in crescendo fino al brano di chiusura, The best that I can, un gran pezzo soul che riabilita l’esibizione e rende giustizia alle buone capacità compositore di Marta.

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Sorge, photo by Stefania Desotgiu

La serata chiude in bellezza con i Sorge, progetto parallelo di Emidio Mimì Clementi, storica voce e autore dei Massimo Volume, e del producer Marco Caldera. I due propongono una serie di brani tratti dal loro lavoro di debutto “La Guerra di Domani”, eseguiti da Clementi al piano e da Caldera alle basi elettroniche. Tessuti musicali essenziali, testi recitati e interpretati con la maestria che ha contraddistinto Clementi nei Massimo Volume e buone basi elettroniche. Le storie sono racconti e cronache, dipinti di vita, evocazioni di genti, famiglie, strade, tour, concerti e musicisti. Storie di vita, vista e vissuta, ben accompagnate dalle immagini proiettate sullo sfondo del palco. Clementi si dimostra il narratore che è sempre stato e porta il pubblico per mano in un bel viaggio, breve ma emotivamente importante.

 

Nonostante una scaletta non proprio ben strutturata, anche probabilmente per questioni tecniche che hanno costretto a variare quella iniziale, la seconda delle due giornate centrali del festival si conclude nel migliore dei modi. Il pubblico ha ballato, si è divertito, rilassato ed emozionato.

Il Karel Music Expò si conferma una delle migliori realtà isolane in quando a qualità e varietà dell’offerta musicale e non ci resta che fare i nostri complimenti alla Vox Day e augurare loro una lunga vita per tutto quello che hanno fatto e che faranno per elevare il livello della musica in Sardegna e per far conoscere, anche oltre mare, quanto di buono sappiamo produrre.

 

A cura di Simone La Croce

Fotografie di Stefania Desotgiu

 

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Live report! Karel Music Expò 2016 – seconda parte
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